Come la macchina burocratica frena lo sviluppo delle comunità energetiche

Attualmente in Italia sono operative circa 600 Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) formalmente riconosciute, le quali dispongono di una potenza complessiva di circa 50 megawatt. Un risultato ancora di modesta entità, specialmente se paragonato alle risorse finanziarie disponibili e alle scadenze ravvicinate da rispettare.
Le risorse economiche per le comunità energetiche sono state stanziate, ma il Paese incontra difficoltà nel loro effettivo utilizzo. I motivi principali? Una burocrazia farraginosa e i tempi limitati imposti per spendere i finanziamenti del Pnrr. L’Italia, peraltro, rimane una delle nazioni in Europa con i costi energetici più alti e in significativo ritardo rispetto ai traguardi del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec), che mira a soddisfare una quota maggiore dei consumi tramite fonti rinnovabili.
Sebbene di recente sia stato superato il traguardo dei due milioni di impianti fotovoltaici installati, permangono carenti infrastrutture di ampia dimensione in grado di rimpiazzare gradualmente le centrali a gas. Tra i freni principali vi sono le procedure autorizzative prolungate e i limiti imposti alle zone considerate idonee per la costruzione degli impianti.
Le Comunità Energetiche Rinnovabili costituiscono una potenziale risposta innovativa. Sono enti giuridici non profit che aggregano sia produttori che consumatori di energia da fonti rinnovabili. Chi genera energia, per esempio attraverso un sistema fotovoltaico, normalmente ne consuma solo una porzione, mentre la parte eccedente viene riversata in rete. Quando quest’ultima viene utilizzata da un altro componente della comunità, alla CER spetta una tariffa agevolata. I ricavi accumulati sono poi ripartiti tra i membri in base a criteri definiti oppure impiegati per scopi di utilità sociale, come l’aiuto a nuclei familiari in condizione di povertà energetica. Questo modello sta prendendo piede, per esempio, anche in ambito parrocchiale.
Col tempo, le CER potrebbero assumere un ruolo più ampio: non solamente ottimizzare gli scambi di energia interna, ma anche fornire servizi per l’efficienza energetica, la domotica, la ricarica di veicoli elettrici, o la vendita dell’energia prodotta e non consumata in proprio. L’intenzione è evolvere verso veri e propri “distretti rinnovabili”, propulsori del cambiamento del sistema energetico.
Il Pniec affida alle comunità energetiche traguardi significativi, prevedendo incentivi per una potenza installata totale fino a 5 gigawatt. In aggiunta, le risorse del Pnrr includono contributi a fondo perduto che coprono il 40% del costo degli impianti fotovoltaici dei soci.
Inizialmente, questi finanziamenti erano riservati ai Comuni con meno di 5.000 residenti. In seguito, la soglia è stata innalzata ai Comuni fino a 50.000 abitanti, con una proroga dei termini per la presentazione delle domande al 30 novembre 2025 e un aumento dell’anticipo erogabile dal 10% al 30%. Nonostante questi aggiustamenti, i 2,2 miliardi di euro stanziati dal Pnrr rimangono in larga parte non impiegati: a maggio, infatti, risultano approvate per gli incentivi solo circa 600 CER, per un totale di 50 MW, e i contributi effettivamente erogati si fermano a soli 25 milioni di euro.
A cosa è dovuto un ritardo così marcato?
Le procedure per il riconoscimento e per l’accesso ai fondi si rivelano troppo intricate e lunghe. I tempi di attesa per una risposta dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE), l’ente responsabile della gestione del processo, superano di frequente i tempi previsti. Inoltre, la domanda telematica da compilare richiede conoscenze tecniche non comuni, il che spesso obbliga a ricorrere a professionisti esterni, con aggravio di costi e tempistiche. A ciò si somma il fatto che l’iter per l’assegnazione dei contributi non è ancora del tutto attivo, generando insicurezze per coloro che hanno già iniziato i lavori e devono sostenere ingenti esborsi in anticipo.
La struttura del GSE, già impegnata a gestire le richieste dei piccoli Comuni, non è riuscita ad assorbire il carico supplementare derivante dall’estensione ai centri più popolosi. Diventa perciò indispensabile potenziare gli uffici e il personale addetto alle CER. In assenza di ciò, il pericolo di non riuscire a impegnare le risorse del Pnrr entro i termini fissati dalla Commissione Europea diventa sempre più reale, compromettendo la stessa crescita delle comunità energetiche in Italia.

Link utili: https://www.avvenire.it/attualita/cosi-la-burocrazia-sta-frenando-lo-sviluppo-delle-comunita-energetiche_97963

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Luigi Melzani